Archivio

 

L' Amorfo tra filosofia e arte

Questo è in breve la storia di un’intuizione che può scaturire solo dalla voglia del pensiero che plana curioso sulle contraddizioni della realtà quotidiana, un tentativo di rappresentare ciò che constato come forma non formata, privo d’intera apparenza: una trasposizione in immagini del concetto filosofico dell’essere come realtà amorfa, fetale, servendomi dei soli mezzi tradizionali del dipingere. Lungi dal volerne fare una scuola e tantomeno un movimento culturale, è da considerarsi semplicemente un azzardo, un modo nuovo e personale di provare a trasmettere, con l’apporto delle immagini colorate, il pensiero filosofico d’un artista che considera l’amorfìa un’assenza che vuole farsi presente, una possibilità ontologica antecedente il reale stesso come ci appare.
Lo so che voler piegare le capacità delle arti figurative, che dispongono notoriamente di un linguaggio tutto emozionale, alla rappresentazione d’un concetto metafisico può sembrare l’atto di spezzare la schiena altrui sotto il peso d’un macigno; ma si tratta di uno stato d’animo particolare, di una situazione mentale che m’è piombata addosso improvvisamente come un meteorite, a stravolgere e insieme ravvivarmi la vita, rimescolando le carte del vissuto, rimettendo l’acquisito in discussione.
Il tentarci l’ho considerato lodevole, e mi sono buttato nell’operazione a capofitto, con piacere; non senza sorprese perché, strada facendo, mi si evidenzia sempre più come sia la virilità del pensiero, e non viceversa, a doversi piegare alla pertinace emozione femminea dell’immagine.
L’idea m’è parsa subito nuova, non solo nei confronti della mia esperienza multiforme d’artista che ludicamente pensa dipinge scolpisce e scrive, ma altresì considerandola con attenzione nel contesto della ricerca estetica e filosofica universale.
L’Amorfo è come il vino, uno stato di grazia misterioso ed euforico, una spremuta di fantasia colorata che ti disseta l’anima.
E’ semplice e forte accenno di forma; ma qualora gli mancasse pure questa, ne rimane a sua disposizione la possibilità, che non è esclusa dal concetto di bello.
E’ infatti la sostanziale condizione di ciò che non appare, visione del possibile che si manifesta sotto il forte impulso razionale della volontà del soggetto in un modo indefinito incompleto; situazione non stagnante, che cerca necessariamente e con azione caparbia spazio di visibilità seguendo l’impulso del momento e ottemperando alle regole-guida della perfezione. Ma amorfo rimane, per necessità, anche ciò che appare, una proposizione di cui riesci a pronunciare solo due parole.
Questo tentativo, dalla mia coscienza percepito come improrogabile, di aiutare con la pittura l’emersione dell’assente in quella superficie dove l’effimera ontofania come un tappo di sughero galleggia, si vede si tocca si colora, credo non sfuggirà alla sincera considerazione dei veri intenditori e fruitori del bello, e ne sarà supportato, per quanto sia impegnativo e ai limiti della logica evidenziare la forma laddove di forma non ce n’è, e condividere con me la convinzione ch’essa davvero ci sia qualora fortemente la si voglia.
D’innegabile in questa avventura culturale è l’insistenza di un’azione che, solo come tale, si propone nella sua piena validità di ricerca: se il bello ci sia laddove la cosa non ha forma individuabile né presenza.
A differenza dell’Informale che nasce piatto statico e tale per vocazione vi rimane, l’Amorfo, che per definizione è privo di forma, non si rassega ad esserlo, non rimane al palo, ma tende all’acquisizione del perfetto che gli manca. Con tenacia e una buona dose di spregiudicatezza, senza soluzione di continuità, persegue il dinamismo dell’aggetto chiaroscurale; memore, in quanto a finzione cinetica, dei tentativi operati in questo senso da artisti antichi e recenti, e in particolare considerando la lezione caravaggesca che anticipa, più che la fotografia, il cinema stesso.
Il contenuto genuino di questa mia ricerca estetica si identifica col movimento irrequieto della realtà decostruibile che, ontologicamente impossibilitata di nascere e svilupparsi fino a morirne, vive una situazione protettiva e disagevole insieme, che io denomino embriofetale.
L’espediente tecnico-linguistico al quale abitualmente ricorro in ogni elaborato, tende a isolare un elemento centrale al supporto sul quale mi esprimo, rilevandolo dal fondo e mettendone a fuoco una parte significativa. Rotazione senza volano, azione senza l’agente che in essa si dissolve, visione non bene identificata di un qualcosa uscente dalle nebbie della pura possibilità, costituiscono il tentativo dicotomico e stimolante di dare parziale fisionomia all’aforme tramite una grammatica e una sintassi costituite da immagini e colori erosi ed emergenti dal magma indistinto e borbottante di vitalità, a dimostrazione che tutto è materia energia relazione con finalità di perfezionamento, celebrazione, nonostante le apparenze, del bello quale fascino dell’incompiutezza perenne del diveniente.
Ricerca culturale lontana dagli sbreghi di tele sprecate e dall’impiccagione di manichini senza regolare processo, dallo schifo di merda sottovuoto e dal ribrezzo di cadaveri galleggianti in piscina, vuole dipingere il nuovo con i vecchi mezzi del mestiere. Pur confermando la validità dei risultati espressivi ottenuti dalla tradizione artigianale, essa sfida i vecchi pregiudizi accademici delle regole auliche del disegno a tratteggio e dello sfumato impeccabile, dell’anatomia realisticamente pignola e della prospettiva arditamente scorciata, del chiaroscuro graduale e della fonte preminente di luce, del colore incontaminato e dell’aberrazione di quello impropriamente definito sporco. Manifesta insomma, senz’ombra d’ipocrisia, l’intento di muoversi decisa, non alla costruzione asettica e aberrante del sensazionale pubblicitario, culturalmente depresso, bensì alla libera emersione della poesia che, senza parole, è la sola in grado di farla vera e nuova pittura.
Sotto la luce di questa riflessione si può affermare che l’esistenza dell’Amorfo sia innegabile quanto lo è quella dell’ente possibile.
Se ciò che arriva a definizione, a possedere una propria forma compiuta, ad essere maturo adulto fatto atto finito, non c’è più, l’Amorfo, a similitudine dell’ontofania, è la pera che rimane immatura acerba nella forma e nel colore, ma ben attaccata al ramo per non finire fatta sfatta putrefatta. Lo caratterizza cioè, assieme alla certezza consolatrice della permanenza nell’azione diveniente, l’incompletezza cronica e la conseguente ansia psicofisica per la perfezione mancante. Perennemente dipinto in modalità curviforme, è ciò che vuole e gli riesce di compiere secondo la regola ontica: drizzare il suo percorso senza il rischio di ottenere il raggiungimento mortale della linea retta, la via della perdizione, il binario morto. Ciò che acquista di perfezione, e che ne giustifica l’esistenza, viene simultaneamente fagocitato per la nuova acquisizione; ogni posizione progressivamente raggiunta, gli mette ancorpiù in evidenza le ulteriori ambite e incolmabili carenze.
Un piacevole disagio, si direbbe, il fascino di un masochismo stranamente opportunista che ha nella sua natura di creativo guidato, la determinazione alla sopravvivenza, un’idea nebulosa di sé, ottenimento riservato all’autocoscienza dell’individuo che, dotato d’intelligenza e volontà, è in grado di mettere a fuoco una sola parte dell’intero spettro della propria realtà. Sensazioni conflittuali e utopiche, gratificanti e insoddisfacenti insieme, non dissimili dalle emozioni che appassionatamente il pittore intende trasmettere nel suo manufatto artistico.
La staticità, segno d’insufficienza ontologica e comunicativa, inevitabilmente presente nelle svariate tecniche espressive alle quali l’ego affida il messaggio, trova nella pittura amorfa una porta spalancata all’inventiva della propria mente, che conduce o addirittura induce lo spettatore a movimentare lui stesso, secondo personali esigenze, l’opera che sta ammirando.
Scende in campo a questo punto la volontà, il quid parzialmente misconosciuto dall’intelletto per il fatto che gli si contrappone e ne contrasta l’egemonia in ambito individuale. Essa dice che ciò che non è voluto, non è capito; perché c’è, e puoi capire, solo ciò che vuoi. Il dipinto quindi c’è e si muove solo per chi lo vuole esistente e in movimento. A costoro è offerta la visione desiderata che interloquisce e comunica, azione percepita in quanto voluta e volente.
Si dà adito in questo modo ad un impatto che mette a nudo le caratteristiche dell’individualità, la strutturale dicotomica dell’ego nell’emergere dei due elementi consostanziali , il capire e il volere; i quali si relazionano e valorizzano contrapponendosi in un connubio conflittuale positivo per l’impegno profuso a incremento della fruizione estetica. L’individuo infatti, prescelto com’è tra i molti dai quali si differenzia per la qualità e la quantità di relazioni che l’attraversano, non vuole, non agisce né esiste da solitario. L’unum è composito. (Diario Metafisico).
La fruizione del manufatto aforme, (non deforme, attributo che presuppone l’esistenza di una qualche forma), reso possibile dalla libera iniziativa dell’autore a imitazione della natura che invece lo fa necessariamente, esige un adattamento mentale non facile ai primi approcci, essendo anomalo e dovendosi cogliere laddove le tracce scarseggiano. Il paragone è un po’ brutale, ma l’opera amorfa è simile a una madre che allatta il proprio feto; oppure in tono più moderato, a una musica che stride per non essere catalogata tra quelle “finite” per sempre nella totale perfezione.
Se la verità, per sua natura, si limita all’azione che si compie a cercarla, è segno che pure essa vive di una sostanziale condizione di carenza formale dalle conseguenze che si ripercuotano inevitabilmente sulle attività che l’ego intraprende. Ne deriva che ogni tipo di elaborato umano, e nel caso specifico quello della pittura tesa a contrastare il primato della parola, non può sfuggire a questo limite insoluto della comunicazione.
Che non si sia finora parlato con dovuto approfondimento, da parte di critici e storici dell’arte, dell’importanza e delle inevitabili implicazioni che il discorso dell’immagine ha nel contesto umano e dei rischi in proposito di un regresso del dire e dell’intendere pervadente ogni settore dell’odierna società, è disattenzione grave e impoverimento culturale. Non si ricreano efficaci forme d’arte per mezzo di stravaganze demenziali, ma offrendo le condizioni per nuove frontiere della liricità.
Forse sotto il peso d’uno scollamento di fiducia nelle possibilità di riuscita del singolo, è venuta pure meno la convinzione collettiva che le relazioni siano effetto ed insieme causa del riconoscersi e riprodursi estetico delle cose, dell’incontrarsi e scontrarsi delle medesime al fine di una crescita reciproca. La carenza volitiva di ogni singola entità e l’impoverimento collettivo, obbligherebbe quanto prima a porvi rimedio, se non fosse che la volontà nessuno se la può dare.
La penuria di forma in queste ipotetiche o reali situazioni dell’esistenza umana comporta, non solo la mancanza dei segni e dei colori dell’arte, ma anche la pochezza fisica e morale nei rapporti sociali, come l’accadimento di un reato in più o l’assenza di una presenza in meno. Quest’insufficienza evidente non ha tuttavia l’autorità morale né la forza fisica di frenarne lo slancio in positivo del diveniente. L’elaborato che risulta sulla tela o su qualsiasi altro supporto, per quanto non sia in grado di offrire un’esauriente rappresentazione di questa condizione effimera né apportarne rimedio, coglie tuttavia l’occasione di proporsi in un atteggiamento, metaforico e a volte euforico, quale simbolo e possibile via d’uscita a contenuto fortemente estetico.
Anche se simile visione, confusa e indefinibile del buio fitto dell’esserci, è piccolo foro dal quale nulla o quasi si intravede, tentarla con entusiasmo è dipersé appagante. Il mistero, che l’arte per sua natura indaga, non è luogo di paura, ma spazio aforme, sconfinato dove muoversi in libertà.
Se ciò che c’è è solo tendenza, l’Amorfo vuole rappresentare quello che non c’è ancora, ma che tende a farsi nella sua totalità, vite uva vino euforia. E’ il diveniente stesso che, anche se a scopo fortemente utopico, agisce con pertinacia nella direzione giusta, l’unica; e dal gesto del proporsi si può notare, non tanto il frammento di forma che viene subito ingoiata a nutrimento della sua azione irrefrenabile, quanto la forte determinazione nel volersela riprodurre con nuovi colori. Se nulla c’è di esistente che non sia percepito, perlomeno dalla propria coscienza, l’amorfìa si sente desiderio vivente una condizione di pura volontà, come da inferenza deduco per quanto riguarda la struttura logica dell’ontofania stessa.
Le parti che potrebbero darle una forma fossero reperibili, perderebbe il fascino d’essere soltanto cosa possibile. Se analizzo il manufatto artistico nel suo complesso, tela colori materiali vari tempi e stati psicologici creativi, deduco che si tratta di condizioni favorevoli affinché il desiderio, una voglia struggente di visibilità, abbia soddisfazione; perché il volere che ci sia qualcosa che non c’è, conduce all’inevitabile presenza di questa assenza.
In effetti ciò che c’è, è quello che non c’è, che non appare, che nel nostro caso tenta di farsi segno luce ombra e colore, ma che non ha nessun’altra possibilità di esistenza se non quella d’essere costantemente desiderato voluto cercato.
Quanto da sempre ci viene proposto in piena forma, in valore assoluto, non è che demagogia o illusione escatologica a fini di potere. La stessa idea del Dio propinataci da rivelazioni teologiche e visioni filosofiche, si evidenzia incongruente ed inaccettabile nella perfettissima attuazione del compiuto, finito. Così dicasi di ogni sintesi ch’è in ogni sua parte conclusiva. Rimane il gesto veritiero della rappresentazione, l’umile proporsi che, lungi dalla pretesa di dire pienamente ciò che intende, risolvere i problemi con le certezze assolute, offre alla situazione culturale stagnante la via d’uscita del bello, d’un’evasione insieme onirica e vitale.
Se infatti la domanda è evasa, e quindi erosa anche da parziale risposta, necessariamente ricresce con nuovi e diversi interrogativi; le soluzioni arrivano provvisorie e generatrici a loro volta di ulteriori situazioni più intricate e mentalmente disagevoli. Quello che in fondo per la società è domanda e offerta nell’andamento economico, lo è in senso lato anche per l’arte e per qualsiasi espediente di comunicazione riguardante il sentimento e la trasmissione di esperienze.
In ognuno di questi casi, l’inedia o la sazietà sono esiziali.
Nel voler rappresentare ciò che non ha una sua fisionomia, non posso che compiere l’atto di tentarci, di metterne in evidenza gli approcci con la forma. Così parto da un qualcosa posto al centro della tela con l’intento di farlo emergere dalle nebbie dell’indistinto, di dargli una parvenza d’individualità. Riesce difficile fare del brutto un qualcosa di bello, conferire all’incompiuto un’idea di completezza, orientare l’acefalo verso la direzione che prometta una vaga elargizione di volto. Se il tentativo non va a buon fine, è segno che sto agendo nell’ambito del tema, è garanzia che l’impegno prosegue con piacere nella giusta direzione, che l’avventura non potrà avere fine, perché non muore ciò che non può nascere.
Se in conformità al suo stesso nome questo genere di pittura nuovo, almeno nella sua giustificazione culturale, può alludere alla formazione di una massa tumorale, è da considerarsi anche in simile agglomerato anarchico di cellule, un modo particolare, seppure a rischio, di vitale metamorfosi della cosa.
L’Amorfo è ciò che ti sembra, o meglio, ciò che tu vuoi che ti sembri quando l’ammiri. Ti libera dalla paura dall’etica oppressiva, perché dà addito al fascino del mistero o almeno alle sue periferie.
Sotto il profilo artistico e filosofico, è tensione viva alla perfezione che, proprio perché utopica, non si arrende all’effimero e continua il suo percorso progressivo tracciato dalla necessità della sopravivenza, la prima regola ontologica rassicurante.
Pittoricamente lo si può dire finzione razionale di massa indefinibile tendente alla sfericità, al tondo naturale, che cerca nelle metafore delle arti figurative e dei loro pigmenti, le possibilità di esprimersi in rilevante dinamismo. A questa sua tipicità di movimento allergico alla piattezza noiosa della linea retta, obbedisce ogni tentativo artistico di rappresentarlo. Concetto fondamentale al quale non ha potuto adeguarsi né lo potrà fare in seguito, la moda dell’Informale piatto e statico.
Lui, al contrario, è feto vivo che, per continuare ad esserlo, non esce dalla situazione disagevole in cui si trova: non nasce per non maturare e morire. Perché la pienezza della forma, sia essa ontica o logica e allargata a qualsiasi tipo di linguaggio, coincide con l’esaudimento e l’esaurimento d’un desiderio, con la fine.
La tela già dipinta, in attesa d’essere esposta al dialogo in luogo pubblico, è depositata in un angolo, e l’artista, in preda alla frenesia d’un nuovo atteggiamento creativo, ne colloca sul cavalletto una di bianca. Così si alternano i fondi scuri a quelli chiari, la sensazione paludosa della fisica all’idea liberatoria della metafisica, l’invenzione indisciplinata dell’emozione alla ferrea logica del sillogismo. I dipinti si susseguono contrapponendosi in divaricazioni, comunque attraversati da un filo rosso che li accomuna nella medesima avventura culturale.
Suona l’orchestra stonata, e tu l’ascolti in attesa degli accordi che non arrivano: volere tenacemente l’armonia e temere nel contempo che s’avveri, è la situazione esistenziale, estetico-escatologica, alla quale sta bene l’attributo di amorfa.
L’azione è sempre autobiografica; e come ogni accadimento è manifestazione ontologica in quanto lo è di se medesimo, così l’opera d’arte non può avere giustificazione indipendentemente dal suo autore: ogni valutazione separata dalla personalità dell’artefice durante la gestazione creativa e il parto, risulta avventata.
Una volta partorito il manufatto artistico e tagliato il cordone psicologico che lo lega all’artista, si darebbe inizio al dissolvimento dell’pera stessa, se non fosse che a mantenerlo in vita subentra l’interpretazione attiva dello spettatore; in forza dell’incompiutezza che il dipinto ha in sé e generosamente offre, egli continua il lavoro creativo ch’era stato del pittore.
E’ infatti tutto ciò che gli manca, autore compreso, assenze fortemente presenti, che lo rende interessante ed appetibile alla mente: memoria del mistero affascinante e del bello incompiuto, luogo del possesso e della carenza, delle belle stagioni e dei cataclismi, dell’abbondanza e della carestia, dell’amore per le libertà d’espressione e dell’etica con le sue norme farraginose.
L’arte dell’amorfo, sempre tesa all’emersione, ha comportamenti e ragionamenti nei confronti della realtà che, pur procedendo con modulazioni razionali, sono inconcludenti circa l’azione e la proposizione in corso; salgono sul convoglio abnorme e ne scendono, concetti e sensazioni senza ch’essa arresti un istante il suo moto o si faccia da questi condizionare, perché ogni intrusione può risultarle una frenata dolorosa. Procede con piccola coscienza e non ha l’attimo che gli permetta di riflettere su di sé e su tutto ciò che coinvolge nel suo interminabile divenire decostruttivo.
E’ il tempo che non ha tempo per decidere s’è più interessante la rosa sbocciata sopra il suo gambo o il letame sotto dov’è abbarbicato: cioè se vale di più il bello oppure il brutto dal quale non può prescindere. Non ha idee chiare e distinte sul fenomeno che trasforma in immagini verosimili ma suggestive. Ignorando se in mancanza del pieno, il vuoto sia o no pieno di sé, il suo procedere va ineluttabilmente verso la voragine salvifica dell’ignoranza, il mistero dal quale vorrebbe uscire.
Così, mentre dipingo, vedo il simultaneo disfacimento di quanto, nel migliore dei modi, cerco di buttare giù con pennelli e colori, la mia determinazione di produrre subito erosa da una forza sconosciuta e di pari entità effettiva. Il risultato è la constatazione che qualcosa momentaneamente c’è, ed è l’azione della mia volontà sospinta dal desiderio che l’opera, seppure incompiuta, ci sia.
Nonostante la condizione anomala, questo tentativo artistico, nelle più svariate espressioni, non è privo di un suo preciso andamento che lo riconduce all’agire stesso dell’ontofania che, mai completamente formata, mantiene in ogni manifestazione, seppure imperfetta, il suo rango e continua a proporsi senza pregiudiziali, ipotesi valida e insostituibile.
L’orgoglio, anche se il verbo non ti viene e balbetti e la domanda non trova una formulazione eludendo l’attesa di una risposta, ti obbliga a ritentare la comunicazione con l’esclusione dell’uso convenzionale delle parole e servendoti di mezzi più rudimentali, come l’immaginazione, riconducibili alla situazione fetale. Per quanto ciò possa sembrare regressivo, un tornare sui propri passi, è il dazio che si deve pagare al progresso, l’inevitabile contrazione mortificante prodroma all’esplosione.
Un linguaggio apparentemente in decomposizione, ma che in effetti compie il movimento inverso, è la più forte predisposizione mentale a credere che l’estetica in genere e le arti figurative in particolare, costituiscano la frontiera sociale più avanzata della comunicazione.
Al superamento di manufatti schizofrenici, asettici e carichi di solo scalpore, verniciati di notorietà ma ignorati dalla fama, s’impone un rifiuto mentale e, per quanto mi riguarda, una svolta emozionale sospinta da un nuovo culto per la poesia. Come quella del colore, il cui pigmento io definisco la materia meno materiale e che, sfidando umiliazioni e mentalità bloccate, ho fatto testardamente entrare, con efficace stridore, in ambienti fino ad allora impensabili, carichi di storia e di sacralità.
Ora che il colore non è più solo alla corte di nobili sensazioni ma anche al servizio di un pensiero filosofico, dovrà subire l’umiliazione di passare a volte in secondo piano e di essere, oltre che declassato, persino “sporcato”; apparentemente però, ché non esiste colore pulito e colore sporco, ma semplicemente colore, bene o male relazionato, cui nessuno e niente potrà mai sottrarre il primato latore di gioiosa e raffinata materia.
La tensione a uscire, a svincolarsi, a superare la piattezza con la tridimensionalità del rilievo, sono aspetti di primaria importanza che danno effettivamente luogo ad un nuovo modo di poter dissertare oltre che emozionare con i mezzi propri della pittura. Il ricorso che compio allo sfumato, allo sfuocato, al chiaroscuro, e di conseguenza alla parziale mortificazione del colore nella sua purezza e intensità, si rende necessario all’ottenimento fondamentale consistente nell’emersione di un quid dal fondale anonimo, nella messa a fuoco di un particolare che lo renda protagonista.
Non quindi una situazione piatta statica programmata, bensì la determinazione originaria di uscire dal ristagno, muovendosi in tondo al seguito di un tracciato spiroidale, nel tentativo di acquisire quella forma o parte di essa che si ritiene a priori di fondamentale importanza. Proprio perché la vita, una volta posseduta nella sua interezza non è più viva, è finita, l’opera amorfa rimane interagente e attiva evitando di proposito l’epilogo del tutto compiuto.
Voler rappresentare qualcosa che ci sia e non abbia forma, è aporia inevitabile ma utile; come è stimolante il dubbio di chiedersi se l’emozione estetica sia logica o alogica oppure occupi una posizione intermedia.
L’Amorfo quindi, non è il ritratto dell’essere fatto, ma della sua volontà d’esserci permanendo in una condizione disagevole e viva, carente ma garante, in cui resta pur sognando di uscirne attratto dall’utopica pienezza. Situazione di amara constatazione e disagio permanente, a volte forte ed esaltante, a volte sull’orlo del collasso; via dolorosa da percorrere senza soste o ripensamenti, che le varie discipline della cultura, dalla poesia alla tecnologia, interpretano a vari livelli, asetticamente scientifici o a forte intensità emotiva.
Questo percorso esistenziale che sto facendo a modo mio, vale a dire con un espediente nuovo sia contemplativo che ironico, una metamorfosi della parola nell’immagine servendomi dei mezzi consacrati dalla tradizione, è consapevolezza di agire sospinto dal desiderio di un personale miglioramento, non solo di facciata, e sotto l’impulso criptico che governa il cammino accidentato e inarrestabile della nostra storia.
Trattandosi di costruire un passe-partout per dipinti particolari, privi di una precisa fisionomia e sostanzialmente estranei al contesto tradizionale, mi sono rivolto al mio corniciaio di fiducia, persona posata e disponibile nonché fornito di materia esperienza ed inventiva adeguate. Il quale ha subito rinunciato all’impresa, adducendo motivi d’inadeguatezza culturale per una pittura mai vista prima.
Risposta tanto onesta quanto chiarificatrice, al punto da convincermi, dopo breve riflessione, di esporre le tele così come sono, nude.
C’è infatti chi sta bene in mutande e chi ci sta meglio senza.

Antonio Boatto
agosto 2011

Aggiungi un commento

COPYRIGHT © ANTONIO BOATTO   |   arte@antonioboatto.com
TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI